Come un bambino

Questo mese passato lontano da questo sito è stato molto intenso. Abbiamo finalmente ricominciato e non è stato facile per niente. Abbiamo anche intrapreso nuove strade, istituendo una scommessa con noi stessi: il primo camp mai fatto dal nostro club in 10 anni, in periodo di pandemia. Una scommessa, un rischio, ma meglio ancora un’opportunità.

I mesi di lockdown avevano permesso di scoprire ed approfondire potenziali di leadership in molti collaboratori e questo camp poteva permettere di metterle a frutto. Il poco tempo a disposizione è stato uno stimolo per tutti a dare il proprio meglio. Su questa parte ci tornerò più avanti negli articoli, perché necessita di ulteriore approfondimento.

Ciò su cui vorrei riflettere ha a che fare con l’allenare o il condurre, meglio ancora. In questi giorni, avendo a che fare con tanti bambini, è stata necessaria un’ulteriore attenzione nel coinvolgimento e nella conduzione. Osservandoli giorno dopo giorno, età diverse necessitano attenzioni diverse – chiaramente – ma soprattutto modalità diverse di conduzione. In tutti i casi, però, non si possono allenare i bambini senza mettersi un po’ dalla loro parte, senza essere un po’ bambini.

Spesso si fa un gran parlare delle life skills e delle abilità CARDS, ma, al di là dei bei proclami, siamo pronti a viverle fino in fondo?
Se vogliamo atleti creativi, consapevoli, resilienti, capaci di prendere decisioni e di autorganizzarsi, quali allenatori avremo bisogno?
Se vogliamo che i bambini si divertano, noi non dovremmo divertirci?
Non credo che basti avere delle grandi conoscenze in termini tecnici (potrebbero anche configurarsi come un ostacolo in certi frangenti) quanto la giusta sensibilità per innescare processi educativi di qualità. Non è facile, se lo fosse, tutti ne sarebbero capaci.

Motivo bene la mia affermazione:
Divertire e divertirsi aiuta a rendere più semplice il processo educativo. Leggevo oggi una interessante domanda: “I nostri allenatori sanno che possono concorrere a migliorare la lettura, la capacità computazionale, la capacità di astrazione, ecc e tutto questo giocando?
Non dobbiamo impostare un parco giochi, ma un parco educativo, ossia un posto in cui poter imparare dalle sfide poste dagli allenatori, ma anche, se non soprattutto, dalla qualità delle relazioni. Una sfida difficilissima, ma che ripagherà a pieno l’investimento nel futuro, soprattutto nello sport di base. Credo che ancora non ci siamo riusciti, anche questo è un processo, del resto, e serve anche a noi allenatori l’innesco educativo per attivarlo. Tuttavia sono sicuro che persone felici aiutino gli altri ad essere felici.

Allora perché non divertirsi in mezzo ai bambini come un bambino?

S.F.I.D.E.

Quando con la Nissa Rugby abbiamo cominciato la nostra nuova avventura, cercando di attivare tutte le risorse del club a vario titolo sulla sua realizzazione ed attuazione, eravamo coscienti che servisse un atteggiamento rinnovato rispetto alle sfide che avevamo davanti, a partire dal modo in cui si vivono le difficoltà, i punti deboli e le minacce. Sembrerà una mera questione semantica, ma cambiare il termine “problema” con il termine “sfida” è una questione più profonda. La parola di oggi e di questo articolo è sfide.

A proposito di questo, problema nel nostro discorso comune pone già una questione di approccio allo stesso: problema deriva dal greco προ- (pro-) “innanzi” + βάλλω (bállo) “mettere, gettare”, quindi “porre davanti”. Un muro, una montagna che presuppone – nella migliore delle ipotesi – una deviazione, o una strada chiusa nella peggiore delle ipotesi. L’atteggiamento mentale è il più grande limite da superare per portare avanti le proprie soluzioni.

Tornando al tema iniziale, analizzato il nostro contesto, abbiamo deciso di attivare un processo di evoluzione del nostro modo di fare promozione, partendo dall’assunto che pochi conoscevano il rugby davvero e che una moltitudine ha sviluppato un preconcetto sulla violenza dello sport e una radicata sensazione di sport solo per maschi. Sfidare questi assunti è capitale ed è possibile solo tramite la formazione e la creazione di un metodo ad hoc per la nostra realtà. Questo metodo ha preso il nome di S.F.I.D.E..

S per Sicurezza

Se il preconcetto dice che si tratta di uno sport violento, sfida il preconcetto proponendo un divertimento sicuro ed attento alle esigenze di tutti. Oggi più che mai la sicurezza è anche legata al modo di rapportarsi ad uno sport in cui la sfera intima è continuamente minacciata, e non è facile, né nel bambino, né nell’adulto, superare questo timore. Proporre sicurezza significa tenere conto di questo. Sicurezza è anche Semplicità: la promozione deve essere facilmente replicabile. Poche regole, poche condizioni, ma ben chiare e gestibili sono aspetto fondamentale per memorizzare un gioco e farlo rientrare nella quotidianità.

F per Fiducia

Fiducia ha a che fare con le persone. Scegliere le persone giuste, che abbiano una propensione a lavorare le proprie soft skills prima dei tecnicismi, di condurre le persone in una situazione di “comfort dinamico” nella relazione. Mi rifaccio ad alcuni elementi chiave secondo Jean Coté (cfr. Coté et al., 2014):
Qualità delle dinamiche sociali -> Autenticità, positività, attenzione alla persona e ai suoi bisogni;
Strutture e contesto adeguato -> Torniamo anche alla sicurezza, nonché la pulizia, l’allestimento, un concept grafico coerente;
Attività che coinvolgano le persone -> Coinvolgere le persone, facendo attività per le persone (è anche un modo di operare segmentazione di mercato).

I per Inclusione

Secondo la nostra visione, il rugby è uno sport per tutti ed ognuno ha il diritto di viverlo a suo modo. Per questo attività semplici ma ben preparate e ben condotte sono la migliore porta per garantire la partecipazione ed un’esperienza positiva. Centrale è l’inclusione delle disabilità e delle diversità: trovare le persone giuste che abbiano sensibilità e competenze per aiutare tutti a trovare la propria strada.

D per Divertimento

Molti sportivi ed appassionati, soprattutto amatoriali, sono motivati dal divertimento e dalla socialità. Un ambiente sicuro, che genera fiducia e si basa sull’inclusione parte dalla base migliore per un’esperienza sana e divertente. Divertimento è anche soddisfazione: proposte aperte (semplici e multilaterali) con sfide calibrate sull’età e sull’esperienza per trovare soddisfazione nella pratica.

E per Entusiasmo

La migliore azione di promozione è data dalla soddisfazione dei “clienti”. Il passaparola dei feedback positivi è uno degli elementi su cui puntare per un’attività che si propone sul territorio in uno scambio continuo e reciproco. L’entusiasmo è anche il termometro del valore percepito rispetto al prodotto proposto, perciò bisogna formare un team di promozione che sia un generatore di entusiasmo e di positività.

S.F.I.D.E. è la via del nostro club al funnel marketing. L’imbuto, che si stringe fino all’Entusiasmo, si allarga nuovamente grazie a quest’ultimo, creando dei veri e propri influencer rispetto all’attività di club. Funziona? Questione di sfide!

Emergere

credits to:https://www.quotidiano.net/cronaca/cosa-possono-fare-i-bambini-1.5089232

[…] innalzarsi o apparire al disopra di una superficie uniforme o del livello delle cose circostanti[…].” (da Vocabolario Treccani, lemma emergere)

“Questo periodo mi/ci ha insegnato che…” sta diventando equivalente al caro vecchio “c’era una volta…”. Ognuno ha il suo insegnamento da trarre e condividere, è una pratica onesta. Strano sarebbe il contrario. Forse anche io vorrei utilizzare quella locuzione.

A questo proposito, parto da due assunti: appena è stato possibile, sono stati molti i genitori che hanno approfittato della fase 2 per far mettere il naso fuori di casa ai propri figli, riscoprendo il sapore dei giochi di strada, il piacere dei pomeriggi in piazza e quell’educazione implicita che solo lo scambio con età e background diversi può fare.
Il secondo è che la scuola, nonostante abbia risposto più che presente alle nuove sfide, sembra uscire malmenata da questo periodo. Le classi pollaio al ritorno, l’edilizia scolastica carente, la non percezione di buona parte della popolazione della necessità imprescindibile della scuola, i saperi e le competenze da aggiornare in molti casi sono lo specchio delle tante difficoltà del nostro sistema educativo.

Emergono due riflessioni alla luce di ciò:
1 – con buona pace di chi parla dell’importanza delle nuove tecnologie, l’aria aperta ha un valore educativo, catartico, salutare che nessun altro strumento artificiale, per quanto immersivo, può sostituire;
2 – occorre riflettere sul perché il nostro sistema scolastico è stato concepito così.

La nostra scuola è stata pensata in un periodo in cui si viveva per strada, era raro il caso contrario. La scuola era il momento per insegnare a “stare seduti”, a seguire una regola di comportamento sociale accettabile da Nord a Sud, unire un Paese giovane dal punto di vista del sentimento nazionale. Omogeneizzare era necessario.

Oggi emergono nuovi bisogni. Nuovi assetti sociali, nuove tecnologie, nuove famiglie hanno mutato il contesto. Non basta purtroppo una LIM – anzi spesso è già uno strumento obsoleto -per aggiornare la proposta educativa, ma ascoltare, quasi fare un’analisi di mercato, l’ambiente circostante.

Sono convinto che oggi bisogni condurre un processo educativo alla diversità e alla diversificazione: non bastano le conoscenze, ma vanno integrate con le abilità (soft skills) emergenti e soprattutto, in un momento del genere, la scuola deve essere modo per insegnare alle nuove generazioni a “stare in piedi ed in movimento”, non solo fisicamente, ma anche e soprattutto dal punto di vista dell’essere cittadini, non solo legandola alla convertibilità in competenze lavorative. Quanto è stato importante in questo periodo essere nuovamente cittadini?

Abbiamo imparato nuovamente a “stare seduti”, ma solo per apprezzare quanto fosse importante “stare in piedi ed in movimento”. Ciò detto, la formazione passa solo dalla formazione:
Più strumenti per gli insegnanti, ma soprattutto più dignità agli insegnanti. Il corpo insegnante ha perso qualsiasi diritto di incidere, calpestato da un lato da – pochi – cattivi esempi tra loro e dall’altro da – molte – riforme scolastiche che hanno preferito buttare il bambino con l’acqua sporca, senza alcun tentativo di incidere profondamente.

Questo periodo potrebbe essere un’opportunità per lanciare una profonda riflessione ed incidere con un cambiamento importante sul sistema scolastico. Bisogna cogliere e spero che questa possa essere una delle tante riflessioni in questo senso. Bisogna far emergere un manifesto, un inno alla diversità, un’ode al coraggio di cambiare, anche radicalmente, le cose.

Questo mi ha insegnato questo periodo.

Il piacere di stupirsi

“La crescita non è fatta solo di carezze” – Massimo Mascioletti

Una delle cose che ho cercato di mettere in pratica nella mia – ancora – breve carriera di allenatore è di continuare a provare il piacere di stupirsi. Sicuramente il mio percorso da allenatore non è stato un approccio da letteratura: dopo il mio primo anno da primo livello FIR, sono stato chiamato per dare una mano nello staff tecnico regionale. Onestamente ho ricevuto molto più di quanto ho potuto dare in otto anni e c’è sempre stato da imparare qualcosa di nuovo, soprattutto quando la crescita non era fatta di sole carezze.

Questa cosa mi ha sicuramente messo addosso un po’ di presunzione, dovuta anche al fatto di aver avuto la fortuna di allenare una squadra di talenti al mio secondo anno come allenatore di juniores: una under 16 fenomenale, che ha messo insieme almeno 7 profili di atleti di ottimo livello. Come non lasciarsi ubriacare da tutto questo?

Le cose tuttavia cambiano. Dopo tanti anni a Palermo, mia culla rugbistica, la vita mi ha portato lontano da lì, a Caltanissetta, e ho dovuto ritrovare il filo di tanti discorsi che non conoscevo, mentre altri ho contribuito a scriverli dall’inizio. Ho sbagliato tantissimo, molto più di quanto abbia potuto azzeccare, spero di averlo fatto in buona fede. Una delle esperienze che mi ha segnato di più e che ho il piacere di continuare è il contatto con qualcosa di radicalmente diverso: una squadra femminile di rugby.

Allenare una squadra femminile mi ha davvero messo a dura prova. Non basta avere i contenuti, serve qualcosa in più. Un allenatore maschio in un gruppo di donne non potrà mai condividere lo spogliatoio, per esempio, e bisogna alimentare una fiducia reciproca facendo ricorso a tutta l’attenzione del caso sui comportamenti, i comportamenti più delle parole. Dal mio punto di vista era necessario che non venissero più trattate come ragazze – con qualcosa in meno rispetto al rugby degli uomini – ma come atlete. È stato un percorso accidentato, pieno di preconcetti da demolire e di giri a vuoto (e una valanga di turpiloquio gratuito), oltre che di abbandoni, più o meno dolorosi, ma anche di tante piccole, grandi soddisfazioni dentro e fuori dal campo ed in questo tempo tutti abbiamo apprezzato dei cambiamenti.

Il cambiamento è un’amante terribile tuttavia: la routine è una moneta di scarso valore infatti e talvolta tutti abbiamo bisogno di un po’ di routine. È stato necessario che prima di tutto io credessi che fosse possibile, che non ci fossero alibi davanti a noi ma sfide da giocare ed un carattere di squadra definito, qualcosa che ci rappresentasse tutti, in movimento ed in evoluzione. Abbiamo puntato su aggressività e verticalità, una cifra che talvolta non ha pagato, ma che ha fatto i conti con ciò che siamo. Aggressività, gruppo e verticalità sono i valori in campo delle Cerbere, la nostra squadra. Abbiamo faticato tanto, spesso siamo stati vittima del nostro provincialismo come fosse una profezia, molte volte abbiamo mostrato che un gruppo consapevole dei propri valori non ha limiti, se non quelli che si pone esso stesso.

Molti colleghi hanno visto questa scelta come una svalutazione, all’inizio. Oggi sono certo di essermi confrontato con un’infinità di lezioni nella palestra della vita e di poter scrivere tante storie anche grazie ad un gruppo di visionarie, volenterose, pazze ragazze che non hanno mai perso il piacere di stupirsi.

Act like Sister Act

Ieri sera ho avuto modo di rivedere un film che ho amato da bambino (avevo 7 anni quando è uscito negli USA, l’anno dopo in Italia) e che ho trovato interessante anche da adulto: Sister Act, in particolare Sister Act 2.

Le vicende sono piuttosto note e mi ci soffermerò poco: una cantante (Whoopi Goldberg) di grande successo – che nel primo film era stata posta sotto copertura in un convento di suore – è richiamata dalle consorelle per aiutarle a salvare la scuola cattolica di Saint Francis a San Francisco dalla chiusura. La scuola è in un quartiere difficile della città e i ragazzi della scuola lo sono ancora di più. Una storia di successo tramite la musica.

Quello che è molto interessante per chi allena è provare a trovare degli spunti da Suor Maria Claretta. Cominciamo dall’ingresso in classe: è chiaro che non sarà una passeggiata. L’assenza di regole ha fatto sì che si creasse un equilibrio interno contro le convenzioni della scuola. La prima cosa da fare è quindi cambiare il mindset suo e dei ragazzi. E’ un errore comune di molti allenatori quello di sopravvalutare il proprio successo, ma spesso gruppi più difficili costringono a riconsiderare la nostra valutazione e il nostro modo di fare. C’è sempre da imparare e c’è sempre tempo per evolvere e trasformare il nostro approccio. Tutto questo comincia dalle regole: chiare, semplici, condivise, pro-sociali. “If you wanna be somebody, if you wanna go somewhere, you better wake up and pay attention.”

Suor Maria Claretta passa quindi a parlare di obiettivi e non parla certo di musica, ma di persone. La musica, lo sport sono strumenti potenti, ma, soprattutto in età giovanile, difficilmente possono essere dei fini, devono servire a fare venire fuori il meglio, ad educare alla complessità e all’etica del lavoro. Per inciso, se una classe fosse sfinita dal fare scale tutto il giorno, magari sarebbe utile cambiare, ma nemmeno Whoopi Goldberg è perfetta. Tuttavia la nostra sorella mostra una sincera fiducia nelle potenzialità di ogni singolo ragazzo e questo diventa un motore potentissimo per l’autorealizzazione, dando sempre ad ogni elemento del gruppo la possibilità di aggiungere un tocco personale e creativo. Inoltre ha tempo per parlare con tutti e trovare le leve motivazionali ad innescare la trasformazione.

Una volta creato questo circolo virtuoso servono sfide all’altezza, nel nostro film la gara statale delle scuole cattoliche. La cosa ha tutta l’aria del rito di passaggio (vedi Victor Turner) anche nel modo in cui viene narrata, con aspetti di separazione – le vite personali dei ragazzi vengono espunte dal film, ad esclusione del rapporto tormentato tra Lauryn Hill e la madre, utile alla trama – e di margine, quando si presentano alla finale vestiti con una divisa alienante la loro identificazione (sì, c’è anche la parte di aggregazione, ma al momento non ci riguarda). Quello che ci interessa di questa fase è il fatto che per superare un passaggio, una crisi non basta fare le cose al meglio, bisogna aggiungere alla propria performance qualcosa di personale, creativo ed unico.

Per quanto ci possiamo sforzare da allenatori di concedere poco spazio all’estetica e più all’efficacia, la trasformazione non può avvenire senza un tocco personale fondamentale, e fondante di una nuova narrazione. Torniamo un attimo al film: dopo aver visto una potentissima e ben organizzata riproduzione di “Joyful” (inno alla gioia) di una scuola rivale, arriva il momento di crisi. La stessa canzone, molta più organizzazione ed il morale degli studenti è a terra. La risposta non può che essere quella di far uscire loro stessi: via le divise, bisogna rompere le regole per superare il margine. E’ interessante in questo frangente notare la frattura tra il vestiario dei ragazzi e quello di Whoopie. Lei rimane vestita da suora- deve, non può essere altrimenti – gli occhi non devono essere su di lei, non è il suo rito di passaggio, ma quello dei ragazzi.

https://www.youtube.com/watch?v=OaEH1e_DLm0

Come allenatori dobbiamo ricordarlo sempre: se vogliamo aiutare la crescita dei leader nella vita, occorre essere un passo indietro alle loro prestazioni e non i protagonisti. Il compito è trasformare e trasformarsi, per usare gli studi di Jean Coté, costruendo insieme nuovi orizzonti di senso.

P.S.: come in ogni buon film hollywoodiano che si rispetti, chiaramente la scuola Saint Francis vince il contest, ma ricordate che non misuriamo il successo sul risultato, ma sulla qualità del processo educativo e del contesto sociale che abbiamo contribuito a narrare insieme. Del resto vincere con Lauryn Hill in squadra è fin troppo facile!

Semantica in movimento

credits to: http://cultstories.altervista.org/il-frattale-un-frammento-di-infinito/

Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società (E.B. Tylor, La cultura primitiva, 1871).

Dopo aver cercato la complessità, e dopo averla trovata su una scala più vasta di quanto avessero mai immaginato, gli antropologi restarono irretiti in un tortuoso sforzo per darle un ordine. (C. Geertz, Interpretazione di Cultura, ed.it. 1987)

Istruttore, Animatore, Educatore, Allenatore, Esperto di formazione.

Queste potrebbero essere alcune delle parole che potrebbero descrivere chi lavora in campo durante un allenamento (mi guardo bene per un attimo da usarne una di questa). Quale la differenza? Cominciamo dalla definizione.

Istruttore (da vocabolario Treccani): Chi ha l’incarico di impartire determinate nozioni o di addestrare ed esercitare in particolari attività.

Animatore (stessa fonte): Chi o che anima, che dà vita, impulso, movimento. a. Animatore culturale o scolastico: persona incaricata di organizzare attività culturali all’interno di comunità sociali, di quartieri, di scuole. b. Animatore di gioco: persona specializzata nell’assistere e guidare i bambini nelle loro attività creative. […] e. Animatore di gruppo, chi, in un gruppo di lavoro, ha il compito di facilitare il raggiungimento degli obiettivi del gruppo stesso.

Educatore (stessa fonte): Chi educa, e soprattutto chi per vocazione o per professione compie l’ufficio di educare i giovani.

Allenatore (stessa fonte): Tecnico specializzato preposto alla direzione degli allenamenti di un atleta o di una squadra, con il compito di svilupparne le possibilità e capacità fisiche, di curarne la preparazione anche psicologica, di insegnare la tecnica dello sport e le tattiche di gara.

Esperto di formazione (tratto da “formatore”, vocabolario treccani): Nel linguaggio aziendale e sociopedagogico, persona addetta a preparare, mediante istruzione e addestramento opportuni, chi si avvia all’esercizio di una professione o di una specifica attività.

Partiamo da un assunto: non esistono parole onnicomprensive del ruolo che una persona ricopra in un campo sia negli sport singoli che individuali. Il modo in cui ci definiamo – e ci definiscono – inquadra tuttavia una percezione, una vocazione, qualcuno direbbe una identità.

Trovo che identità sia una parola abusata. Identità nasconde una grande trappola: è data una volta per sempre. Pensiamo alla nostra identità per le entità statali. Nome, cognome, data di nascita sono date una volta per sempre, non possiamo scappare da questo. Tuttavia altre cose non possono rientrare troppo facilmente in questa categoria. Ha senso in tutte le circostanze definirsi musulmano? Occidentale? Cattolico? Arabo? Israeliano? Indiano? Tedesco?

Ciascuno di questi attributi ha senso solo e soltanto in relazione al contesto in cui interagiamo (ma poi ha davvero senso?), ma continuiamo a parlare di identità. Sostengo che l’attribuzione e la negoziazione di un senso sia un processo e sia più corretto parlare di identificazione, anziché di idenità. Il processo è imperfetto, mutevole, mai dato per scontato, negoziato con i nostri compagni di viaggio. Quanto di simile con il lavoro in campo?

Nella mia esperienza sono stato tutte le definizioni di cui sopra. Talvolta è più semplice essere un istruttore o un educatore (con la sua verticalità dell’informazione) e quante volte sono stato un animatore o un formatore o un allenatore! Mi sembra ad ogni modo che qualcosa continui a sfuggire. Quante volte i nostri atleti ci allenano ad allenare? Quante volte ci istruiscono su come somministrare loro i contenuti? Quante volte la forma del gruppo ha plasmato il formatore?

Anche in questo caso non c’è una vera ed unica risposta, ma dipende dalla negoziazione che ogni lettore farà del significato di questo articolo. Personalmente penso che siamo dei produttori di narrazioni aperte, che ogni volta vengono riscritte, modificate, rese accessibili tramite piccoli spiragli di azione.

Ecco, chissà che non siamo degli AllenAttori?

#1 – Presentazioni

credits to: https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2011/10/110574.html

“È meglio conoscere alcune delle domande che tutte le risposte.”
J.G. Thurber

Ne ho un cassetto pieno, di domande. Per questo è fondamentale cominciare dalle domande:
Chi sono?
Perché lo faccio?

Il nome è già lì sopra, abbastanza in bella vista. Sono un sognatore, ho sempre sognato di scalare le montagne costruite a forza di “non lo posso fare”. Mi sono laureato in Antropologia Culturale con una tesi sulle dinamiche identitarie in una squadra di Rugby. Sono, per l’appunto, un coach di Rugby. Non uno bravo, nemmeno troppo scarso. Sono un appassionato, amo quello che faccio. No, non sono stato un grande giocatore. Me la sono cavata qualche volta in uno dei campi polverosi – spettatori: 3 – di Serie C siciliana o di Serie B svizzera, senza troppe fortune. Ho amato fortissimo la libertà di poter prendere botte e darle. Ho cominciato ad allenare che ancora giocavo, avevo 25 anni, ho giocato per altri 6 a fasi alterne, poi semplicemente non ho avuto più tempo, se volevo davvero migliorare come allenatore, e a me allenare piace molto. Ho allenato prima a Palermo, poi a Caltanissetta, dove alleno tutt’ora e ricopro il ruolo di Responsabile di Sviluppo (Tecnico e Manageriale) e Promozione. Amo quello che faccio, perché mi permette di approfondire moltissimi aspetti diversi. Ho cominciato con l’Antropologia ed il Rugby, ma ho finito per appassionarmi al Coaching ed al Marketing.

Questo ci porta al perché scrivo: questo blog vuole essere un nodo di domande e di riflessioni. Vuole diventare un Caravanserraglio, in cui scambiarsi oggetti, simboli, immagini e riceverne altre in cambio. Ho scelto il titolo di “Istantanee“, perché in fin dei conti è ciò che ci rimane delle esperienze: delle istantanee, più o meno numerose, dei racconti, più o meno ricchi. Come per i mercanti in viaggio sulla Via della Seta, non per forza l’arricchimento spicciolo è lo scopo del viaggio, quanto piuttosto il continuo mutare verso una meta. Spero di trasformarmi ancora tante volte.

Buona lettura,

Infinite trasformazioni