Come un bambino

Questo mese passato lontano da questo sito è stato molto intenso. Abbiamo finalmente ricominciato e non è stato facile per niente. Abbiamo anche intrapreso nuove strade, istituendo una scommessa con noi stessi: il primo camp mai fatto dal nostro club in 10 anni, in periodo di pandemia. Una scommessa, un rischio, ma meglio ancora un’opportunità.

I mesi di lockdown avevano permesso di scoprire ed approfondire potenziali di leadership in molti collaboratori e questo camp poteva permettere di metterle a frutto. Il poco tempo a disposizione è stato uno stimolo per tutti a dare il proprio meglio. Su questa parte ci tornerò più avanti negli articoli, perché necessita di ulteriore approfondimento.

Ciò su cui vorrei riflettere ha a che fare con l’allenare o il condurre, meglio ancora. In questi giorni, avendo a che fare con tanti bambini, è stata necessaria un’ulteriore attenzione nel coinvolgimento e nella conduzione. Osservandoli giorno dopo giorno, età diverse necessitano attenzioni diverse – chiaramente – ma soprattutto modalità diverse di conduzione. In tutti i casi, però, non si possono allenare i bambini senza mettersi un po’ dalla loro parte, senza essere un po’ bambini.

Spesso si fa un gran parlare delle life skills e delle abilità CARDS, ma, al di là dei bei proclami, siamo pronti a viverle fino in fondo?
Se vogliamo atleti creativi, consapevoli, resilienti, capaci di prendere decisioni e di autorganizzarsi, quali allenatori avremo bisogno?
Se vogliamo che i bambini si divertano, noi non dovremmo divertirci?
Non credo che basti avere delle grandi conoscenze in termini tecnici (potrebbero anche configurarsi come un ostacolo in certi frangenti) quanto la giusta sensibilità per innescare processi educativi di qualità. Non è facile, se lo fosse, tutti ne sarebbero capaci.

Motivo bene la mia affermazione:
Divertire e divertirsi aiuta a rendere più semplice il processo educativo. Leggevo oggi una interessante domanda: “I nostri allenatori sanno che possono concorrere a migliorare la lettura, la capacità computazionale, la capacità di astrazione, ecc e tutto questo giocando?
Non dobbiamo impostare un parco giochi, ma un parco educativo, ossia un posto in cui poter imparare dalle sfide poste dagli allenatori, ma anche, se non soprattutto, dalla qualità delle relazioni. Una sfida difficilissima, ma che ripagherà a pieno l’investimento nel futuro, soprattutto nello sport di base. Credo che ancora non ci siamo riusciti, anche questo è un processo, del resto, e serve anche a noi allenatori l’innesco educativo per attivarlo. Tuttavia sono sicuro che persone felici aiutino gli altri ad essere felici.

Allora perché non divertirsi in mezzo ai bambini come un bambino?

Pubblicato da Fabrizio Blandi

Sono un amante della scrittura e della lettura. La storia e le storie sono il mio pane quotidiano, da laureato in Antropologia e da allenatore di Rugby. Non esiste identificazione senza storie. Non esiste storia senza identificazione.

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