Emergere

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[…] innalzarsi o apparire al disopra di una superficie uniforme o del livello delle cose circostanti[…].” (da Vocabolario Treccani, lemma emergere)

“Questo periodo mi/ci ha insegnato che…” sta diventando equivalente al caro vecchio “c’era una volta…”. Ognuno ha il suo insegnamento da trarre e condividere, è una pratica onesta. Strano sarebbe il contrario. Forse anche io vorrei utilizzare quella locuzione.

A questo proposito, parto da due assunti: appena è stato possibile, sono stati molti i genitori che hanno approfittato della fase 2 per far mettere il naso fuori di casa ai propri figli, riscoprendo il sapore dei giochi di strada, il piacere dei pomeriggi in piazza e quell’educazione implicita che solo lo scambio con età e background diversi può fare.
Il secondo è che la scuola, nonostante abbia risposto più che presente alle nuove sfide, sembra uscire malmenata da questo periodo. Le classi pollaio al ritorno, l’edilizia scolastica carente, la non percezione di buona parte della popolazione della necessità imprescindibile della scuola, i saperi e le competenze da aggiornare in molti casi sono lo specchio delle tante difficoltà del nostro sistema educativo.

Emergono due riflessioni alla luce di ciò:
1 – con buona pace di chi parla dell’importanza delle nuove tecnologie, l’aria aperta ha un valore educativo, catartico, salutare che nessun altro strumento artificiale, per quanto immersivo, può sostituire;
2 – occorre riflettere sul perché il nostro sistema scolastico è stato concepito così.

La nostra scuola è stata pensata in un periodo in cui si viveva per strada, era raro il caso contrario. La scuola era il momento per insegnare a “stare seduti”, a seguire una regola di comportamento sociale accettabile da Nord a Sud, unire un Paese giovane dal punto di vista del sentimento nazionale. Omogeneizzare era necessario.

Oggi emergono nuovi bisogni. Nuovi assetti sociali, nuove tecnologie, nuove famiglie hanno mutato il contesto. Non basta purtroppo una LIM – anzi spesso è già uno strumento obsoleto -per aggiornare la proposta educativa, ma ascoltare, quasi fare un’analisi di mercato, l’ambiente circostante.

Sono convinto che oggi bisogni condurre un processo educativo alla diversità e alla diversificazione: non bastano le conoscenze, ma vanno integrate con le abilità (soft skills) emergenti e soprattutto, in un momento del genere, la scuola deve essere modo per insegnare alle nuove generazioni a “stare in piedi ed in movimento”, non solo fisicamente, ma anche e soprattutto dal punto di vista dell’essere cittadini, non solo legandola alla convertibilità in competenze lavorative. Quanto è stato importante in questo periodo essere nuovamente cittadini?

Abbiamo imparato nuovamente a “stare seduti”, ma solo per apprezzare quanto fosse importante “stare in piedi ed in movimento”. Ciò detto, la formazione passa solo dalla formazione:
Più strumenti per gli insegnanti, ma soprattutto più dignità agli insegnanti. Il corpo insegnante ha perso qualsiasi diritto di incidere, calpestato da un lato da – pochi – cattivi esempi tra loro e dall’altro da – molte – riforme scolastiche che hanno preferito buttare il bambino con l’acqua sporca, senza alcun tentativo di incidere profondamente.

Questo periodo potrebbe essere un’opportunità per lanciare una profonda riflessione ed incidere con un cambiamento importante sul sistema scolastico. Bisogna cogliere e spero che questa possa essere una delle tante riflessioni in questo senso. Bisogna far emergere un manifesto, un inno alla diversità, un’ode al coraggio di cambiare, anche radicalmente, le cose.

Questo mi ha insegnato questo periodo.

Pubblicato da Fabrizio Blandi

Sono un amante della scrittura e della lettura. La storia e le storie sono il mio pane quotidiano, da laureato in Antropologia e da allenatore di Rugby. Non esiste identificazione senza storie. Non esiste storia senza identificazione.

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