Act like Sister Act

Ieri sera ho avuto modo di rivedere un film che ho amato da bambino (avevo 7 anni quando è uscito negli USA, l’anno dopo in Italia) e che ho trovato interessante anche da adulto: Sister Act, in particolare Sister Act 2.

Le vicende sono piuttosto note e mi ci soffermerò poco: una cantante (Whoopi Goldberg) di grande successo – che nel primo film era stata posta sotto copertura in un convento di suore – è richiamata dalle consorelle per aiutarle a salvare la scuola cattolica di Saint Francis a San Francisco dalla chiusura. La scuola è in un quartiere difficile della città e i ragazzi della scuola lo sono ancora di più. Una storia di successo tramite la musica.

Quello che è molto interessante per chi allena è provare a trovare degli spunti da Suor Maria Claretta. Cominciamo dall’ingresso in classe: è chiaro che non sarà una passeggiata. L’assenza di regole ha fatto sì che si creasse un equilibrio interno contro le convenzioni della scuola. La prima cosa da fare è quindi cambiare il mindset suo e dei ragazzi. E’ un errore comune di molti allenatori quello di sopravvalutare il proprio successo, ma spesso gruppi più difficili costringono a riconsiderare la nostra valutazione e il nostro modo di fare. C’è sempre da imparare e c’è sempre tempo per evolvere e trasformare il nostro approccio. Tutto questo comincia dalle regole: chiare, semplici, condivise, pro-sociali. “If you wanna be somebody, if you wanna go somewhere, you better wake up and pay attention.”

Suor Maria Claretta passa quindi a parlare di obiettivi e non parla certo di musica, ma di persone. La musica, lo sport sono strumenti potenti, ma, soprattutto in età giovanile, difficilmente possono essere dei fini, devono servire a fare venire fuori il meglio, ad educare alla complessità e all’etica del lavoro. Per inciso, se una classe fosse sfinita dal fare scale tutto il giorno, magari sarebbe utile cambiare, ma nemmeno Whoopi Goldberg è perfetta. Tuttavia la nostra sorella mostra una sincera fiducia nelle potenzialità di ogni singolo ragazzo e questo diventa un motore potentissimo per l’autorealizzazione, dando sempre ad ogni elemento del gruppo la possibilità di aggiungere un tocco personale e creativo. Inoltre ha tempo per parlare con tutti e trovare le leve motivazionali ad innescare la trasformazione.

Una volta creato questo circolo virtuoso servono sfide all’altezza, nel nostro film la gara statale delle scuole cattoliche. La cosa ha tutta l’aria del rito di passaggio (vedi Victor Turner) anche nel modo in cui viene narrata, con aspetti di separazione – le vite personali dei ragazzi vengono espunte dal film, ad esclusione del rapporto tormentato tra Lauryn Hill e la madre, utile alla trama – e di margine, quando si presentano alla finale vestiti con una divisa alienante la loro identificazione (sì, c’è anche la parte di aggregazione, ma al momento non ci riguarda). Quello che ci interessa di questa fase è il fatto che per superare un passaggio, una crisi non basta fare le cose al meglio, bisogna aggiungere alla propria performance qualcosa di personale, creativo ed unico.

Per quanto ci possiamo sforzare da allenatori di concedere poco spazio all’estetica e più all’efficacia, la trasformazione non può avvenire senza un tocco personale fondamentale, e fondante di una nuova narrazione. Torniamo un attimo al film: dopo aver visto una potentissima e ben organizzata riproduzione di “Joyful” (inno alla gioia) di una scuola rivale, arriva il momento di crisi. La stessa canzone, molta più organizzazione ed il morale degli studenti è a terra. La risposta non può che essere quella di far uscire loro stessi: via le divise, bisogna rompere le regole per superare il margine. E’ interessante in questo frangente notare la frattura tra il vestiario dei ragazzi e quello di Whoopie. Lei rimane vestita da suora- deve, non può essere altrimenti – gli occhi non devono essere su di lei, non è il suo rito di passaggio, ma quello dei ragazzi.

https://www.youtube.com/watch?v=OaEH1e_DLm0

Come allenatori dobbiamo ricordarlo sempre: se vogliamo aiutare la crescita dei leader nella vita, occorre essere un passo indietro alle loro prestazioni e non i protagonisti. Il compito è trasformare e trasformarsi, per usare gli studi di Jean Coté, costruendo insieme nuovi orizzonti di senso.

P.S.: come in ogni buon film hollywoodiano che si rispetti, chiaramente la scuola Saint Francis vince il contest, ma ricordate che non misuriamo il successo sul risultato, ma sulla qualità del processo educativo e del contesto sociale che abbiamo contribuito a narrare insieme. Del resto vincere con Lauryn Hill in squadra è fin troppo facile!

Pubblicato da Fabrizio Blandi

Sono un amante della scrittura e della lettura. La storia e le storie sono il mio pane quotidiano, da laureato in Antropologia e da allenatore di Rugby. Non esiste identificazione senza storie. Non esiste storia senza identificazione.

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